Un caffè ecosistemico…
Entro nel parcheggio del quartier generale. Mi dirigo con l’auto verso la postazione di ricarica. Scendo e collego il connettore per “fare il pieno”. L’impianto è di media potenza, come di solito accade nei parcheggi.
Controllo sulla app le tempistiche: dopo pranzo avrò le batterie al 100%. Il parcheggio è ben fornito di stalli per la ricarica, quindi non dovrei rubare il posto a nessuno se la lascio fino a stasera quando esco dall’ufficio.
È una bella giornata primaverile, decisamente tiepida. Ma non so se esserne felice: siamo ancora a febbraio… quest’anno l’inverno è stato del tutto assente. Prendo lo zaino e mi avvio verso la reception.
Come mi avvicino al palazzo, vedo Alessio dietro una finestra al primo piano del bar. Sorseggia un caffè mentre mi saluta e con un gesto della mano mima “Caffè anche per te”? Annuisco, mentre estraggo il cartellino di tasca.
Striscio il badge sul tornello, entro e mi dirigo al bar aziendale. Dopo un paio di rampe, Alessio mi accoglie “Sempre a piedi? Guarda che qua l’ascensore è gratis…”.
“Vabbe’ dai, dopo tre ore di auto, non mi fa male muovere un po’ i muscoli”.
“Ti ho già prenotato il caffè, quello buono…”.
“Ah grazie, oggi ne avremo bisogno”.
“Vero, sono curioso, mi hai detto che mi devi raccontare storie nuove e interessanti… pensavo che a questo punto del lavoro avessimo terminato di mettere sul piatto altre cose. Ormai stiamo lavorando insieme da un sacco, abbiamo già realizzato molti servizi. Che cosa mi vuoi proporre? Non è che ora mi proponi di rifare tutto da capo?”. “No no, non ti preoccupare, non si butta via nulla…”, lo rassicuro. “Semmai dobbiamo aggiungere”. “Aggiungere cosa? Abbiamo già tanta roba da gestire”, mi dice Alessio, ridendo. “Aggiungere antifragilità”. Alessio mi guarda piuttosto perplesso, ormai sa che il percorso che stiamo portando avanti non è il classico processo di trasformazione proposto da un consulente qualsiasi. “Ah voi non siete come tutti quegli altri” mi disse una volta. L’ho preso come un complimento, almeno credo che quella fosse l’intenzione. Mentre prendiamo il caffè al bar del primo piano, ci sediamo sulle poltroncine. Non siamo ancora in clima di lavoro, per cui posso utilizzare quel momento per imbastire qualche chiacchiera che sia prepratoria per la giornata.
“Hai presente le banane? Quelle che mangiamo normalmente a fine pasto oppure che ti porti durante una sessione di allenamento in bici per avere una riserva di potassio?” “Si e che c’entra?” “Lo sai che da quando sei piccolo stai mangiando sempre la stessa banana?” “Vabbé, non dirmi che stamani ti sei alzato alle 5 per venire a Roma per raccontarmi sta roba… e che c’incastra poi con la trasformazione digitale?” “No, scherzi a parte, senti questa storia. È affascinante. A parte l’aspettò storico, è proprio un esempio perfetto di quello che noi non dovremo fare. Fino alla metà del secolo scorso la banana più venduta (e mangiata) in tutto il mondo era la Gros Michel, era la varietà di banana che dominava i mercati di tutto il mondo per le sue caratteristiche: originaria probabilmente dell'Asia sud-orientale, questa banana era apprezzata per il suo sapore dolce, la sua consistenza cremosa e la sua capacità di resistere bene al trasporto, caratteristiche che la resero la varietà preferita per l'esportazione. Ma sopratutto aveva pochi semi, cosa che al rendeva piacevole da mangiare. Questa caratteristica fu ottenuta grazie a un processo di selezione e congelamento del DNA che volutamente mirava ad avere un prodotto stabile.
Come molte altre varietà di banane commerciali infatti, la Gros Michel è sterile e non produce semi fertili. Questo è dovuto al fatto che la selezione dopo molti tentativi ha portato a una pianta triploide, ovvero con tre set di cromosomi, il che rende molto difficile la produzione di semi fertili attraverso la normale riproduzione sessuale. Per questo motivo, la Gros Michel, così come altre varietà commerciali di banana, deve essere riprodotta asessualmente tramite clonazione. La clonazione delle banane si fa tipicamente tramite la propagazione vegetativa, usando pezzi di rizoma (parte del fusto sotterraneo) o "succhielli", che sono germogli che spuntano dal rizoma principale. Questo metodo assicura che ogni nuova pianta sia geneticamente identica alla pianta madre, mantenendo le caratteristiche desiderate della varietà, come il sapore, la dimensione e la resistenza alle malattie. Nel XIX e all'inizio del XX secolo, le piantagioni di Gros Michel prosperavano, soprattutto in America Centrale e nei Caraibi. La banana era così diffusa e apprezzata che diventò il simbolo della banana stessa, rappresentando l'intera industria. La Gros Michel era più grande, più dolce e più resistente di molte altre varietà, rendendola perfetta per l'esportazione nei mercati europei e nordamericani.
Nonostante il suo successo, la Gros Michel aveva una grave debolezza: la sua vulnerabilità alla malattia di Panama, un'infezione fungina causata dal fungo Fusarium oxysporum. Questo fungo attacca il sistema vascolare della pianta, causando il suo avvizzimento e morte. Poiché la Gros Michel è propagata per clonazione (cioè tramite talee e non semi), tutte le piante sono geneticamente identiche. E questa mancanza di diversità genetica ha reso la Gros Michel estremamente fragile: quando un nemico, in questo caso il fungo, trova un meccanismo di attacco per rompere il sistema immunitario di una banana, lo può usare per tutte le banane di quella specie presenti sul pianeta.
A partire dagli anni '20 e '30, la malattia di Panama iniziò a devastare le piantagioni di Gros Michel in America Centrale. Nonostante gli sforzi per contenere il fungo, la malattia si diffuse rapidamente, e negli anni '50 divenne chiaro che la Gros Michel non poteva più essere coltivata su larga scala”.
“E quindi che si fece? Sta storia sta diventando avvincente”
“Per salvare l'industria delle banane, le compagnie di esportazione cercarono una varietà alternativa che fosse resistente alla malattia di Panama. La scelta cadde sulla Cavendish, una varietà di banana più piccola e meno dolce, ma più resistente al ceppo del fungo che aveva distrutto la Gros Michel. A partire dagli anni '60, la Cavendish divenne la varietà di banana dominante nel mercato globale.
“Ed è la cavendish quella che mangiamo noi oggi?”
“Si. Tuttavia, la Cavendish soffre dello stesso problema della Gros Michel in termini di diversità genetica: tutte le piante di Cavendish sono cloni, quindi vulnerabili a malattie che possano aggirare le loro difese genetiche. Per questo ti dicevo che stai mangiando da piccolo sempre la stessa banana. Sono tutti cloni della stessa di partenza. Anche se all’aspetto sembrano tutte differenti, di fatto dal punto di vista genetico, sono tutte uguali.
Purtroppo la storia si ripete e noi facciamo fatica a ricordarci degli errori del passato. Negli ultimi decenni infatti, un nuovo ceppo del fungo Fusarium, noto come Tropical Race 4 (TR4), ha iniziato a infettare le piantagioni di Cavendish in Asia, Africa e, più recentemente, in America Latina. Questo nuovo ceppo è particolarmente virulento e resiste ai tentativi di contenimento.
Di fronte a questa minaccia, l'industria delle banane si trova in una posizione simile a quella degli anni '50, con la necessità di trovare o sviluppare una nuova varietà resistente o, alternativamente, trovare un modo per proteggere le piante di Cavendish dal TR4. Ad oggi i ricercatori stanno lavorando a nuove tecniche di manipolazione genetica, le più promettenti pare che siano quelle basate sul cosiddetto taglia e cuci ovvero il sistema CRISPR-Cas9. CRISPR, che sta per "Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats”. È tecnologia rivoluzionaria che consente agli scienziati di modificare il genoma in modo preciso e relativamente semplice. Il componente "Cas9" è un enzima che agisce come una sorta di "forbici molecolari", capace di tagliare il DNA in punti specifici. Il punto non è tanto come risolvere il problema del fungo, ma piuttosto quello di comprendere i rischi derivanti dalla mancanza di diversità all’interno di un sistema complesso, o meglio di un ecosistema. Che sia digitale o naturale il concetto non cambia”. “Non pensavo che ci fossero laboratori di ricerca genetica dedicati alle banane” “Ah, il business delle banane nel mondo è enorme. Pensa che c’è anche Global Banana Forum, che fa un po’ sorridere come nome, ma che invece osa serissima. Hanno un piano di emergenza sempre attivo sul TR4 (https://www.fao.org/world-banana-forum/news/detail-events/en/c/1400204/)”.
Alessio, assorto nei pensieri di banane appoggia la tazzina del caffè ormai vuota sul basso tavolino di fronte a noi. “ Storia molto interessante…. che dici ci avviamo verso la sala?” Si, direi che è giunto il momento di salire in sala, così prepariamo al workshop, si inizia fra 1h vero?” “Si ho mandato invito per le 11, i colleghi arriveranno 10 minuti prima. Mentre saliamo mi racconti come possiamo far tesoro della storia delle banane nel nostro progetto. Mi par di capire che il punto nodale sia la differenziazione”. “Si quello è l’elemento importante su cui si poggia il concetto di ecosistema e che sto cercando di fondere con il concetto di Antifragile, una nuova teoria che sta diventando di moda ultimamente:”. Ci avviamo verso gli ascensori, oggi saremo in una sala grande al 7 piano. Davanti alle porte, si creano vari gruppetti di persone. Con Alessio ci mettiamo in un angolo in attesa che arrivi il nostro turno per salire: siamo ancora in un periodo di attenzione e l’accesso agli ascensori deve essere contingentato per limitare l’affollamento in spazi ristretti. Mentre aspettiamo Alessio mi dice: “Proprio ieri c’era nel mio ufficio una squadriglia di consulenti in giacca e cravatta che mi hanno fatto vedere una loro presentazione piena di termini che vanno di moda in questo momento. Hanno citato l’antifragilità come una delle parole chiave del futuro”. Sorrido, un po’ gonfio di orgoglio: “Be’… futuro. Il secondo a parlarne in Italia a una conferenza fui io qualche anno fa. Era il 2017 e forse allora poteva anche essere una roba un poco futuristica…”. “Anvedi, avemo un visionario fra de noi…” sorride Alessio. “Daretta, tu lo sai, mi piace fare i’ guru de noattri” rispondo ridendo. Romanesco contro toscanaccio.
Ambienti complessi che evolvono
Entriamo in ascensore, siamo solo noi due. Ne approfitto per proseguire il discorso, ma in tono serio “Ripartiamo dal concetto di ecosistema”. “Quello che stiamo creando con il nostro parco prodotti” mi fa Alessio muovendo la mano verso destra per indicare metaforicamente il suo ufficio dove abbiamo tutte le board attaccate alla parete. “Esatto. Se ti ricordi abbiamo sempre detto che ecosistema digitale è un ambiente complesso e interconnesso in cui utenti, servizi (o prodotti) e dati interagiscono per creare un sistema in costante evoluzione che stimola l’innovazione, la collaborazione e l’interazione degli utenti. Un ecosistema di questo tipo è di fatto costituito da una rete complessa e interconnessa di vari elementi digitali, tra cui hardware, software, dati, applicazioni e servizi che interagiscono e collaborano per fornire valore agli utenti. Gli utenti rappresentano la componente umana di questo sistema che quindi spesso viene detto sociotecnico”. “Già, per i prodotti che ci stiamo ‘buttando’ dentro, a volte mi pare che stiamo creando un parco popolato di esseri animati come in un videogame”, osserva Alessio. “Eh… non è una idea troppo sbagliata, un ecosistema digitale ha comportamenti molto simili a quelli di un ecosistema naturale. Usiamo la parola ‘ecosistema’ proprio per questo”. “Qua i colleghi, quando parlo di queste cose, mi prendono in giro”, sorride Alessio. “Mi chiedono se la sera gli diamo da mangiare agli animaletti del parco…”. Sorrido, con un po’ di orgoglio… Questa metafora dell’essere vivente e noi che ce ne prendiamo cura mi piace. Le persone ne parlano. Vuol dire che non sta passando nel dimenticatoio. Si stanno appassionando. Siamo arrivati al piano, uscendo dall’ascensore, dopo un attimo di esitazione per scegliere la direzione ci dirigiamo verso la sala riunione, proseguo : “Eh vero. Il marketplace è come un sistema di esseri viventi e come tale possiede alcune capacità che gli permettono di sopravvivere e di evolversi nel tempo. Per esempio di fronte a situazioni di stress o di disturbo, un ecosistema naturale reagisce con modalità che non solo gli permettono di superare la crisi o i momenti di stress, ma di cambiare in qualcosa di differente: questa trasformazione, questo adattamento, gli consente di superare le sfide che gli si parano di fronte. Si può parlare di vera e propria evoluzione. Se fosse invece un sistema statico, per quanto robusto possa essere, prima o poi arriverebbe un evento avverso di portata tale che non sarebbe in grado di superare”.
In che direzione evolvono gli ecosistemi digitali?
“Interessante, robusto non è abbastanza” dice Alessio. “No, robusto non è abbastanza; curioso la frase che hai appena usato la misi come slide di apertura al mio talk anni fa” gli rispondo. “Ma come possiamo essere certi che sia un’evoluzione positiva per il sistema e non un peggioramento? Un errore? Voglio dire, se il cambiamento introducesse un difetto o semplicemente rendesse meno adatto il sistema al contesto che sta cambiando?”. “Evoluzione è esattamente questo. In alcuni casi il singolo elemento dell’ecosistema peggiora. Ma dal punto di vista dell’ecosistema l’evoluzione in senso darwiniano porta a un miglioramento. Se il cambiamento fosse un peggioramento, non renderebbe quell’individuo adatto a sopravvivere nel suo ambiente. Per questo quando parliamo di antifragilità dobbiamo capire quale sistema fruisce del beneficio. Il nostro ecosistema digitale deve quindi favorire le mutazioni vantaggiose e sfavorire quelle che non favoriscono l’adattamento”. “Stiamo volando alto…” esclama Alessio un po’ ironico. “Ma non dovevamo semplicemente creare delle web app per permettere ai nostri clienti di usare i nostri servizi? Non la stiamo facendo un po’ troppo difficile?”. “Forse… è anche vero che stiamo ponendo le basi per creare applicazioni che interagiscano fra loro creando un ecosistema, ecosistema che possiamo descrivere oggi, ma che non sappiamo quali caratteristiche dovrà avere fra qualche tempo per poter funzionare in un mondo in continua evoluzione. La metafora del codice genetico evolvente mi pare la cosa più vicina a quello che vogliamo creare. Le applicazioni dell’ecosistema che stiamo pensando devono avere nel loro ‘DNA’ una struttura differente dalla classica applicazione che siamo abituati a realizzare”. Faccio una pausa. “Mi rendo conto che il discorso sta diventando complesso, anche se poi avremo modo di semplificarlo quando faremo qualche esempio concreto”. Alessio mi guarda fiducioso. “Ti seguo. In fondo fino ad oggi non mi hai mai lasciato in mezzo nulla senza un’idea di come uscirne”.
Che cosa vuol dire Antifragile?
“Nicholas Taleb, nel suo libro Antifragile [1], di fatto parla di concetti simili a quelli dell’evoluzione, ma parte dalla prospettiva della complessità sistemica”. “Prima o poi mi spiegherai cosa vuol dire Antifragile?” mi incalza Alessio. “Guarda, sulla carta l’antifragilità è una cosa semplice: è quella caratteristica che permette a un sistema complesso di trarre beneficio dai fattori di stress, dall’incertezza, dalla variabilità, da qualcosa che reca un danno. Se ciò che è fragile o robusto teme l’incertezza e il danno, l’antifragile ama l’imprevisto, lo stress, il fallimento, perché può avvantaggiarsene”. “Ok, sembra facile… Ma non è la resilienza quella che stai raccontando? La capacità di superare le difficoltà?”. Quella di Alessio è una osservazione sensata, alla quale rispondo citanto proprio l’autore che ha definito il concetto di Antifragile. Dopo un attimo di pausa, gli dico: “Guarda… basta mettersi d’accordo sui termini. Per Taleb antifragilità e resilienza sono due concetti differenti. Personalmente non ne farei una questione così rilevante, in rete si trovano vere e proprie battaglie ideologiche; ma ti spiego il punto di vista dell’autore… che è interessante e ci permette di capire meglio come vengono usati i termini”. “Aspetta… tiro fuori il mio taccuino per prendere appunti. So già che mi riempirai la testa di concetti adesso”. Alessio fa una smorfia, simula insofferenza mentre si stropiccia gli occhi, fingendo di trovarsi nel bel mezzo di una situazione intricata. Ma ormai lo conosco da un po’. Si sta divertendo parecchio. Faccio una pausa, gli faccio aprire il suo quaderno.
Qualche definizione e qualche fonte
“Dicevamo… prima di vedere come un ecosistema digitale possa avvantaggiarsi dell’antifragilità evolutiva caratteristica di un ecosistema naturale, vediamo di riprendere cosa significa Antifragilità”. Continuo: “già prima hai detto una cosa fondamentale con la tua frase ‘robusto non è abbastanza’. Il punto è esattamente questo. Termini come robusto, fragile e molto più spesso resiliente rappresentano il fulcro degli sforzi in numerosi modelli organizzativi, strategie di riorganizzazione e piani di sviluppo. Quante volte sentiamo dire che
<<Dobbiamo creare una azienda più forte..>>
oppure
<<grazie alla resilienza, potremo superare le più grandi sfide dei nuovi mercati>>
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“Dicevamo… prima di vedere come un ecosistema digitale possa avvantaggiarsi dell’antifragilità evolutiva caratteristica di un ecosistema naturale, vediamo di riprendere cosa significa Antifragilità”. Continuo: “già prima hai detto una cosa fondamentale con la tua frase ‘robusto non è abbastanza’. Il punto è esattamente questo. Termini come robusto, fragile e molto più spesso resiliente rappresentano il fulcro degli sforzi in numerosi modelli organizzativi, strategie di riorganizzazione e piani di sviluppo. Quante volte sentiamo dire che <<Dobbiamo creare una azienda più forte..>> oppure <<grazie alla resilienza, potremo superare le più grandi sfide dei nuovi mercati>>. Quando in realtà robusto (e aggiungo io anche resiliente) non è abbastanza”. Alessio mi chiede come sia nato il mio interesse per questi temi. Gli rispondo volentieri, perché è una di quelle domande che mi fa piacere ricevere: “Il mio interesse per il concetto di antifragilità ha avuto inizio svariati anni fa, a seguito della lettura di Antifragile. Prosperare nel disordine di Nicholas Taleb, un’opera che seguiva il suo precedente libro Il cigno nero [2]. Se ti capitassero fra le mani, leggili. Sono bellissimi”. Alessio ha posato il taccuino e sta digitando qualcosa con lo smartphone. “Prosegui pure…. li sto comprando su Amazon”. Riprendo: “Emerge in modo chiaro nel lavoro di Taleb la vicinanza ai principi fondamentali delle metodologie agili e ai valori dell’Agile Manifesto, rispetto ai quali il concetto di ‘antifragilità’ fornisce un’estensione, dandone una visione forse più ampia. Ma partiamo dai concetti di fragile e robusto”.
Robusto è l’esatto opposto di fragile, o forse no…
“Se tutti abbiamo più o meno chiaro il concetto di fragile, spesso cadiamo in errore quando cerchiamo di definirne l’opposto, confondendolo con un generico robusto. Siamo infatti abituati a considerare fragile e robusto due concetti antitetici fra loro”. “Pensavo che fosse esattamente così” mi interrompe Alessio, “Ciò che è fragile è delicato e rischia di rompersi. Viceversa ciò che è robusto e forte, è qualcosa che è fatto per resistere e non rompersi. Ma già poco fa abbiamo visto che non è così”. “Esatto. Tecnicamente questa assunzione è errata, sia perché i due concetti non sono antitetici in senso stretto, sia perché la robustezza può diventare fragilità se cambia il contesto in cui è robusto”. Comincio a mostrargli delle immagini sul mio tablet: “Per capire meglio questo passaggio, ci possiamo ispirare a un esempio molto semplice: immaginiamo di dover spedire tramite corriere una delicata apparecchiatura di laboratorio, apparecchiatura che potrebbe danneggiarsi se dovesse essere battuta o se dovesse essere capovolta. Ci preoccuperemo in tal caso di creare una scatola con opportune protezioni e di apporre un adesivo sulla superficie della scatola per avvertire che sia necessaria una certa attenzione nel maneggiarla. Insomma, il classico ‘Fragile – Maneggiare con cura’ che abbiamo visto tante volte”.
In questo caso il senso di queste scritte è quello non tanto nell’informare del contenuto della scatola, ma piuttosto di influenzare il comportamento di chi la maneggia per non arrecare danno al contenuto. Se maneggi con molta attenzione una scatola con quel simbolo, il contenuto riceve un beneficio ossia non si danneggia. Corretto?”. “Correttissimo. Non fa una piega” mi supporta Alessio. Proseguo: “Immaginiamo adesso di dover spedire qualcosa di estremamente robusto. Supponiamo sia un attrezzo da officina fatto di acciaio. Cosa scriveresti sulla scatola? Che adesivo ci attaccheresti sopra?” “Be’, mi pare ovvio che in questo caso non scriverei sulla scatola ‘Fragile – maneggiare con cura’. Non avrebbe alcuna utilità. Perché quell’oggetto è robusto, non è fragile. Semmai”, aggiunge ridendo fragorosamente “ci scriverei che pesa, fare attenzione alla schiena”. Ci mettiamo a ridere insieme “Si hai ragione. Ma scrivere attenzione oggetto pesante, in questo caso sarebbe utile per chi prende in mano la scatola, però non avrebbe alcuna utilità per il contenuto”. “Ovvio”. “Seguimi nel ragionamento: se robusto fosse l’esatto opposto di fragile, volendo seguire la stessa logica di prima, ossia volendo apportare un beneficio al contenuto della scatola, dovremmo scrivere qualcosa che sia opposto della scritta usata per l’oggetto fragile”. “si, ma credo che nessuno abbia mai scritto ‘agitare con forza’ o ‘scuotere energicamente’ su un pacco da spedire. C’è qualcosa che non torna in quello che stai cercando di dimostrare” obietta Alessio. “Oppure più semplicemente robusto non è l’opposto di fragile” gli rispondo accennando un gesto di ovvietà con le mani. “Vabbè questo dimostra che la mia intuizione di prima era corretta. Ma quindi dove mi vuoi portare?” “Ci arriviamo… ma prima concludiamo il discorso sulla robustezza”.
Robusto non è abbastanza
“Pensa ora a una casa ben costruita”. Mostro sul mio tablet una delle tante immagini che si trovano in rete di una casa americana, costruita in gran parte in legno, ma molto solida e stabile.
“Osservando la foto, possiamo essere d’accordo che si tratti di una costruzione ben fatta, robusta, stabile, forte; una casa in legno fatta per accogliere delle persone e per resistere alle intemperie”. “Confermo, è la tipica casa monofamiliare su due piani che si vede in molte zone degli USA”. Adesso mostro ad Alessio una foto diversa, di una casa crollata sotto gli effetti delle intemperie e del trascorrere del tempo: “Se però guardiamo quest’altra foto, possiamo dire che la casa qui ritratta era robusta… ma forse non abbastanza. Possiamo dire che una cosa è robusta in funzione del tipo di stress che deve sopportare o del tempo per cui deve resistere”.
“Robusto non è per sempre. Il contrario di quella pubblicità…”. “Già… Il concetto di robusto è legato alla scala temporale che si vuole prendere in esame o al tipo di stress a cui è sottoposto”. “E allora la resilienza?” mi chiede Alessio.
Forse potremmo usare la resilienza
“Si potrebbe pensare che una buona alternativa possa essere rappresentata dal concetto di resilienza, che in questo periodo è usato spessissimo in vari ambiti e un po’ su tanti media”, aggiungo. “Sì, vero Giovanni. Mi ricordo dai miei studi sulla fisica dei materiali che la resilienza è definita come la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi”. “Appunto. Anche se a noi forse interessa maggiormente il significato della resilienza psicologica, con la quale si indica la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Ma è interessante anche la definizione di resilienza organizzativa che è la capacità di anticipare, avere prontezza nel rispondere e adattarsi al cambiamento incrementale e a interruzioni improvvise, per sopravvivere e prosperare. Detto in estrema sintesi ciò che è resiliente resiste alle perturbazioni, supera la difficoltà, ma rimane sostanzialmente identico a se stesso. Non si evolve, non migliora”. Alessio smette di scrivere sul suo taccuino. “Anche la resilienza non ci basta. Specialmente se vogliamo creare un sistema che imiti un ecosistema naturale”. “Hai colto esattamente il punto. Noi siamo interessati a creare un sistema che non solo possa resistere nei momenti di stress, ma che si modifichi portando alla creazione di qualcosa di differente. Che evolva in modo da dar vita a una configurazione migliore rispetto allo stress appena ricevuto. È quello che Taleb nel suo libro chiama appunto Antifragilità”. Alessio scrive gli ultimi appunti e chiude il taccuino. “Siamo pronti a parlare del concetto di antifragile, non ora”, mi dice; e poi, ridendo: “Finalmente qualcuno me lo sta spiegando. Ma, per quanto tutto questo sia estremamente interessante, sarà poi possibile applicarlo nei nostri sistemi?”. “È quello che vorrei provare a fare. Magari un pezzettino per volta…” Finiamo il nostro discorso proprio in tempo mentre gli altri partecipanti alla riunione entrano in perfetto orario. “Si può?” Si presenta Marco, il nostro esperto di dati. Oggi vorrei iniziare con lui a disegnare la mappa dei contesti applicativi per fare qualche prova in previsione di iniziare a parlare concretamente di data mesh. “Prego accomodatevi. Avete portato le mappe?” Oggi ci si diverte. Ma so che Andrea sta già pensando al prossimo passo…. A rendere il sistema più che resiliente. Antifragile.
Riferimenti
- [1] Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine. Il Saggiatore, 2013 (titolo originale Antifragile: Things that Gain from Disorder. Penguin, 2013)
- [2] Nassim Nicholas Taleb, Il cigno nero. Come l'improbabile governa la nostra vita .
- [3] Giovanni Puliti, Antifragilità e l’antica arte di migliorare quando le cose peggiorano. I parte: L’antifragilità e la sua importanza per le organizzazioni. MokaByte 230, luglio 2017https://www.mokabyte.it/2017/07/15/antifragile-1/
- [4] Giovanni Puliti, Riflessioni antifragili. L’antifragilità e la capacità di imparare dai propri errori. MokaByte 251, giugno 2019https://www.mokabyte.it/2019/06/14/riflessioniantifragili-1/