Imparare dalle api
Ormai molti anni fa abbiamo scelto con la mia famiglia di andare a vivere in campagna, nonostante il lavoro che faccio mi porti spesso nelle metropoli e nonostante sia cresciuto in città. Abito in una casa di collina, non lontanissimo dal paese, e questo comporta anche qualche piccola difficoltà logistica, ma riserva tante possibilità. Una delle ragioni che mi ha portato a questa scelta è poter coltivare una delle mie passioni: l’apicoltura.
Non si tratta certo di un’attività svolta in maniera “industriale”, ma di avere un certo numero di arnie con le loro colonie di api che siano gestibili in modo compatibile con tutte le altre attività, lavorative e no.
Pensare alle api fa ovviamente venire in mente il miele o, magari per chi ne sa qualcosa di più, anche la propoli e altri prodotti dell’alveare. Ed è indubbio che ottenere questi prodotti è in genere il primo motivo per cui si comincia a interessarsi di apicoltura.
In realtà, come poi tutti gli apicoltori sanno, quello delle api è un mondo affascinante in sé e non solo per i prodotti naturali che consente di ottenere. Non nego che poter osservare da vicino un alveare, scoprire i mille segreti della vita comunitaria di questi insetti sociali, diventa uno dei motivi principali per Egie continuare a svolgere questa attività.
Dalle api si impara tanto: la loro organizzazione, il loro comportamento, la suddivisione dei compiti, le strategie di riproduzione, tutte cose che di fatto ce le rendono ai ns occhi più un superorganismo che come singoli individui e che hanno anche rappresentato un’ottima metafora per introdurre il concetto di sistema complesso, nei tanti momenti di formazione che ho svolto.
E oggi, mentre penso nervosamente ai parallelismi fra sistemi complessi e colonie di imenotteri, mi accorgo che stiano percependo il mio stato d’animo. A volte è colpa dei movimenti bruschi. A volte sono gli odori che emettiamo, per noi impercettibili, a tradire ciò che pensiamo. Le api oggi attaccano più del dovuto e,nonostante sia ben protetto dalla mia tuta, me ne accorgo subito. In effetti ho un po’ d’ansia oggi, perché sono incerto su quel che dobbiamo fare per portare avanti al meglio le attività da poco cominciate in azienda. E continuo a pensarci da ieri, quando ho avuto una conversazione telefonica con Alessio.
Ma le api non amano apicoltori nervosi, scattano subito i segnali di allarme e mi attaccano con veemenza. Meglio se rimando a dopo i pensieri di lavoro.
Ricapitolare non è tempo perso
Sto pensando ancora alla telefonata fatta con Alessio. Nulla che sia andato male, anzi. E piaciuto l’approccio ma hanno anche condiviso le loro preoccupazioni per il lavoro “importante” che si pone di fronte. E la classica montagna che ti si para davanti quando apri quella porta chiusa da tempo e che pensavi non fosse più necessario aprire.
So che questo significa per me (e per i miei colleghi) dover alternare con destrezza il mio ruolo di consulente e guida, a quello di (agile) coach supportando il gruppo, cercando di far comprendere la necessità di certe azioni che loro dovranno fare, più che spingerli a farle (o farle io stesso).
Alessio, in qualità di direttore tecnico del gruppo, ha apprezzato l’approccio volto prima di tutto gli obiettivi strategici e solo dopo capire come arrivarci. Il workshop infatti si era concluso una serie di impegni e desideri che io mi ero appuntato e che poi a casa con calma avevo rimesso a posto, riordinando e completando.
Quando mi chiede un mio parere sull’esito della riunione, gli leggo cosa “loro hanno stabilito essere importante fare”.
“Allora, ho rimesso a posto i miei appunti e le foto fatte alle pareti coi post it. Te lo rileggo, dimmi se ti torna; voi vorreste prima di tutto perseguire il macro obiettivo strategico di creare una Digital Company basata sul concetto di ecosistema digitale.
Per fare questo, ispirandoci al framework OKR, Objective and Key Results [1], abbiamo identificato due macro iniziative (key results, KR) che contribuiranno a raggiungere tale obiettivo strategico.
Objective 1: Ecosistema digitale
KR1: I-O X-O
- 2 peodotti digitali cross company (end2end su almeno due aziende del gruppo) per il secondo trimestre
- 1 servizio cross organisation per il primo trimestre
KR2: Platform
- Creare una piattaforma tecnologica a servizi abilitante la nascita di processi I-O e X-O.
- Sviluppare entro il trimestre un prodotto pilota che metta in funzione un processo cross dipartimento e uno cross company.
Che ne pensi? Ho raccolto bene le vs idee?”
“Si… perfettamente ”, risponde lentamente lui. Si capisce che c’è dell’altro.
“Dimmi” lo anticipo io.
Alessio a quel punto, con un tono di voce molto cauto, mi dice che i partecipanti al workshop si sentono un po’ preoccupati per il tanto lavoro che li aspetta e per le molte cose che sono emerse.
Non è qui davanti a me e siamo solo in collegamento audio, ma mi immagino il suo volto pensieroso. Spero di non aver spinto troppo. Dobbiamo prenderci del tempo per far sedimentare le cose.
“Si ok comprendo capito quello che dici”, lo rassicuro. “È piuttosto normale, succede spesso e non tanto per le cose che dovremo fare, ma per la modalità. Di fatto stiamo proponendo un cambio di prospettiva, spostando il focus dai problemi dell’oggi al pensare a cosa vogliamo che sia la vostra azienda nel futuro. Spesso questo può risultare spiazzante”.
“Sì, sicuramente. Ma non credo sia solo quello. C’è proprio la necessità di riprendere certi concetti e approfondirli. E se questo richiede un po’ di tempo in più, va comunque bene”, mi dice Alessio dall’altra parte del telefono.
Ha ragione; il parallelo col concetto di ecosistema è suggestivo e utile per capirne la derivazione digitale. Creare un ecosistema digitale in azienda non sarà banale, dovremo considerare gli aspetti tecnologici ma anche le implicazioni culturali e organizzative.
“Penso che per venire incontro a questo tipo di incertezze, si potrebbero organizzare delle giornate di formazione…” mi propone Alessio.
“È sicuramente una buona idea, te lo volevo proporre, ma non ero certo di come l’avreste presa. Fermarsi un momento per studiare insieme e condividere concetti, termini, procedure può aiutare a consolidare il gruppo e facilitare la collaborazione verso la realizzazione degli obiettivi comuni”.
La mindfulness dell’ apicoltore
Ripenso a tutto quello che ci siamo detti ieri mentre continuo meccanicamente a lavorare nel mio apiario dietro casa. Forse un po’ troppo meccanicamente, mentre rimugino sul cosa e sul come dovremo fare insieme. Sono contento di inserire un pezzo di formazione nel percorso con loro; insegnare mi piace, specialmente quando l’aula non è fine a se stessa, ma è propedeutica alla partenza di un percorso di trasformazione. Sto già pensando alle attività “giocose” che potremmo organizzare in aula, ai momenti di discussione e di lavoro insieme. Al solito non sarà una noiosa formazione frontale.
Le api percepiscono che sto pensando ad altro e si agitano. Siamo a inizio stagione e sono particolarmente nervose. Protetto dalla tuta da capo a piedi continuo a lavorare, quando distrattamente appoggio il naso sulla rete in metallo che mi protegge la testa. Un errore che non ti viene perdonato quanto hai qualche centinaio di api che ti ronzano intorno pronte a fartela pagare per il disturbo.
La scala di dolore che ho creato negli anni associa ogni zona del corpo a una diversa intensità di dolore. Il naso è sicuramente ai primissimi posti. Fa male. Per i successivi due minuti non riesco a lavorare, a volte il naso inizia a colare e gli occhi lacrimano. So che devo aspettare che l’intensità del dolore scenda sotto una certa soglia. Sul naso ci mette di più. Il veleno delle api, almeno con me, provoca un dolore che prima è una esplosione, poi cala lentamente. Ma quando scende, è sopportabile.
Con le vespe è peggio. Mi fanno meno male, ma il dolore torna pungente a ondate per molto tempo.
“Ok ok avete ragione, una cosa per volta. Oggi sono qui per voi. Concentrazione”. In fondo lavorare con le api è un ottimo esercizio di mindfulness: “concentrazione Giovanni, diamine…”
Passato il dolore, riprendo a lavorare. Al termine del giro mi fermo un attimo. Intorno a me l’uliveto, degli orti, le case isolate. Più in alto il bosco.
Le api, adesso, sembrano meno interessate a pungermi. Penso ai lunghi voli che sono capaci di fare, come singoli insetti, per raccogliere il nettare dai fiori.
Un’ape da sola non saprebbe sopravvivere, ma in colonia riesce a fare cose incredibili: trovare un campo di fiori e comunicare le coordinate alle compagne con un sistema che ha del fantascientifico; possono gestire la dimensione della famiglia e “riprodursi” quando sono troppo grandi o allevare una nuova regina quando questa diventa vecchia.
Vivono in uno spazio fatto di rocce, acqua, piante, altri animali, e anche edifici e presenza umana. La loro società è un sistema complesso che però è inserito in un ecosistema naturale ancor più complesso, senza il quale non sarebbe data loro la possibilità di vivere e prosperare. E il mio lavoro di stagione in stagione, non può non armonizzarsi con questi sistemi, assecondandone le dinamiche, limitandosi a migliorarne alcuni aspetti.
Tutti questi pensieri mi girano in testa mentre mi avvio a tornare a casa. Mia moglie mi accoglie ridendo
“Ah… hai un bell’aspetto oggi, ti dona il naso da clown”. Fa una pausa mi osserva meglio ”la cosa ti fa ridere?” Aggiunge.
“Ma… non sto ridendo…” le rispondo.
“Hai una faccia un po’ strana… tutto a posto?”
“Si, sì… ho appena trovato il fil rouge per parlare di ecosistemi digitali…”
“Certo…. Boh…Chi ti capisce è bravo”.
Meccanismi, sistemi, ecosistemi
Sono di nuovo in azienda, dopo qualche settimana. Le sensazioni di questa trasferta sono molto diverse dalla prima volta in cui sono arrivato qui. La pandemia sta iniziando a mostrare qualche segnale di risoluzione e in ufficio si inizia a fare le prove di normalità (lo chiamano “new-normal”).
Nel nostro gruppo di lavoro la collaborazione sta decollando, si intravedono tanti possibili sviluppi. Mi sto trovando bene con l’atteggiamento delle persone con cui interagisco e con l’atmosfera che si respira in questa azienda.
Ho pensato a varie possibilità per le nostre giornate di formazione — serious gaming come prima opzione — valutando con i miei colleghi se non valesse la pena di trovare o inventare un modo per trasmettere il concetto di “ecosistema digitale” tramite un gioco formativo.
Ancora non ho un’idea precisa su come organizzare la formazione. Un po’ di idee che devo affinare. Stamani iniziamo con qualche attività esperenziale. Vorrei farli giocherellare con dei mattoncini di Lego per capire la differenza fra complicato e complesso e per capire meglio cosa si intende per ecosistema.
Di orologi, foreste e piattaforme…
La volta scorsa, durante il primo workshop abbiamo introdotto la metafora dell’ecosistema naturale proprio perché quel che vogliamo creare, per quanto artificiale e digitale, ha delle similitudini con L e natura. Oggi vorrei riprendere da dove ci eravamo interrotti per parlare della differenza fra sistemi meccanicistici e ecosistemi complessi.
Organizzo un gioco dove le persone devono costruire dei meccanismi con ingranaggi, trasmissioni e altri pezzi speciali che non esistevano quando giocavo a Lego da piccolo.
Lavorano in squadre per iterazioni. Ogni volta aggiungo qualche difficoltà, costringo a togliere un pezzo o aggiungerne uno nuovo molto complicato. Scambio qualcosa. Cambio i tempi. Lo scopo è che la macchina che stanno costruendo continui a funzionare secondo lo scopo immaginario che si sono dati. È un gioco che funziona sempre piuttosto bene. Il lego stimola la fantasia ed è impossibile restare fermi con le mani. Ogni volta osservo come la metafora aiuta ad astrarre e staccare dai problemi dell’ufficio. Spesso è difficile riportare le persone alla discussione. La trance agonistica e la voglia di montare macchinari fantasiosi è veramente difficile da interrompere. Oggi stanno creando un assemblatore di nuvole, un impastatore di panettoni e un orologio meccanico sottomarino. Il mio compito è di stimolare massimamente la fantasia senza perdere la loro attenzione.
Alla fine della terza iterazione, appagati e divertiti, iniziamo a discutere dei concetti che abbiamo visto con questo gioco. Dopo la classica raccolta di loro impressioni, è il mio momento per spiegare perché abbiamo fatto questo esercizio. Prendo l’esempio dell’orologio fatto dal secondo gruppo: “se ci pensate un orologio e una foresta sono due cose totalmente differenti. Il primo, per quanto sia un meccanismo complicato e perfetto, manca di alcune caratteristiche che invece sono tipiche di un sistema complesso”.
“Per esempio?” Mi chiese Luca.
“Per esempio… pensate a un orologio automatico, di quelli contemporanei di alta orologeria, che costano decine e decine di migliaia di euro e che propongono soluzioni innovative e precisione impensabile anche solo fino a pochi anni fa per un meccanismo del genere. A partire dal movimento, ci sono centinaia di pezzi, che funzionano incastrati alla perfezione, ciascuno con il suo ruolo ma ognuno importante in quanto collegato al funzionamento degli altri. Che cosa manca che invece in un ecosistema naturale c’è?”.
“Mah, a dire il vero tutte queste differenze non ce le vedo”, dice Luca. “Alla fine si tratta di elementi che si armonizzano perfettamente e svolgono delle funzioni. È comunque un sistema”.
“Sì. Ma, per esempio, che differenza c’è con una foresta, con una campagna con i prati, i fiori, le api…”, cerco di stimolare.
Dopo un po’ di silenzio, Fabio se ne esce con questa frase: “Il meccanismo non cresce, e non si riproduce, a differenza delle piante o degli animali. Magari non può nemmeno adattarsi. Se tolgo un pezzo, smette di funzionare”.
“Esatto” esclamo. “Un sistema meccanico, per quanto complicato, e per quanto soggetto a variazioni legate alle condizioni esterne e interne, resta sostanzialmente quello. L’ecosistema, invece, è evolutivo anche perché gli elementi vivi che lo costituiscono cambiano, crescono, si riproducono e il materiale genetico può ricombinarsi e dare origine a nuove forme. Per questo abbiamo preso la metafora dell’ecosistema dal mondo naturale e l’abbiamo trasferita nel mondo digitale. Perché anche nel nostro caso ci sono vari elementi che, oltre a interagire tra loro e a funzionare insieme, possono a loro volta ricombinarsi e far nascere qualcosa di nuovo”.
Gli elementi di un ecosistema digitale
Ormai la discussione ha preso una direzione chiara e, davanti a una lavagna, con Post-it e pennarelli, riusciamo a poco a poco a creare uno schema che riassuma quel che si intende per ecosistema digitale.
Anzitutto, ne individuiamo le tre componenti fondamentali
- persone/utenti
- prodotti/servizi
- dati
Poi, discutendo, con successivi approfondimenti, arriviamo a darci delle definizioni e a creare un discorso intorno.
Le interazioni tra questi tre elementi creano un processo di retroazione che a sua volta ha effetto sull’evoluzione dell’ecosistema digitale. I servizi offerti inizialmente dal sistema sono usati dagli utenti in maniera sempre più coinvolgente e finiscono per produrre sempre più dati. Tali nuove informazioni possono essere usate per migliorare i servizi esistenti, ma anche per svilupparne di nuovi e migliorare l’esperienza utente nel suo complesso. Tutto questo attrae ancor più utenti sviluppando nuovi modalità di interazione e favorendo un coinvolgimento maggiore, creando un ciclo virtuoso di crescita e innovazione.
In un ecosistema digitale “sano” ci sono continuamente nuovi comportamenti emergenti: mano a mano che utenti, servizi e dati interagiscono tra loro, possono emergere nuovi comportamenti, inizialmente non previsti, i quali possono portare allo sviluppo di soluzioni e tecnologie innovative e a nuovi modelli di business.
Questi nuovi comportamenti si chiamano emergenti perché non sono predefiniti all’inizio, ma possono rappresentare un cambiamento significativo all’interno del sistema stesso conferendone una natura viva, al punto di alterare le tradizionali modalità di interazione e spingere più avanti i confini di ciò che è reso possibile dal digitale. Qui sta l’evoluzione.
Microservizi e piattaforma
Mi rendo conto di come, nel corso della giornata, la situazione sia cambiata. Chiarirsi alcuni concetti ha dato infatti il via a discussioni via via più “pratiche”. Anche se a questo aspetto saranno riservati altri momenti, è bene lasciare spazio alle energie creative del momento.
Piuttosto spontaneamente finiamo per passare a parlare da aspetti sociali ai fattori tecnici abilitanti questa socialità; emerge il concetto di piattaforma come infrastruttura tecnologica che consente lo scambio di dati e informazioni, mettendo in relazione il tradizionale mondo fisico con un’interfaccia digitale in grado di “disciplinare” la domanda e l’offerta di un servizio/prodotto.
Con una metafora che può essere quella del mercato, da una parte c’è l’offerta di qualcosa, dall’altra c’è la domanda di quella “merce”; in mezzo la piattaforma che consente alle due esigenze di incontrarsi in modo più semplice e lineare possibile.
In tutto questo la tecnologia ha “solamente" un ruolo di abilitatore del servizio. Il punto fondamentale è quello sociale e organizzativo.
Ripensando allo scenario emerso durante le prime conversazioni, chi deve gestire l’autovettura in manutenzione o stabilire il tipo e la scadenza di assicurazione RCA non è interessato a conoscere la tecnologia che c’è sotto, ma deve ragionare in termini di servizi di business che si possono creare.
In questo, lo stile architetturale a microservizi è fondamentale proprio perché i microservizi fanno cose piccole e facilitano un modello “ricombinante”. Ma non importa che chi usa la piattaforma lo sappia.
La questione dei dati
“La piattaforma va pensata bene, ma è lo strumento che potrebbe aiutarci a gestire in modo coordinato uno dei nostri problemi principali, quello dei dati degli utenti”, riassume Alessio. “I dati personali, considerando che dentro ci sono anche dati sensibili, ormai sono un costo gestionale e legale non indifferente, con le norme attuali derivanti dal GDPR…”.
“Si vero. Quando si parla di dati e della loro gestione, entrano in gioco diverse questioni”, mi inserisco. “Sicuramente possiamo ricordare oltre gli aspetti tecnologici e della gestione del significato che ogni organizzazione assegna a una informazione c’è quello legale: possesso, privacy, valore economico.
Ve ne suggerisco uno in più: quello della riconciliazione semantica”.
“Cioè?”, mi chiedono in diversi.
“Se vogliamo creare un ecosistema dove i servizi vengono messi in collaborazione per creare qualcosa di differente, si pone il problema della traduzione dei dati che si scambiano. Un po’ come accade alle persone con culture differenti che devono collaborare”.
“Chiaro, le informazioni, i dati, che si scambiano devono essere tradotte da una lingua all’altra”, mi fa eco Alessio.
“Si ma non solo. A volte non basta tradurre da una lingua all’altra. Pensate di mettere insieme dati in qualche modo affini provenienti da database diversi con campi diversi. Pensate a un elemento identificativo tanto scontato per noi, come il Codice Fiscale. Da noi ha una precisa struttura di 16 caratteri, con lettere e cifre; in altri Stati è un codice alfanumerico diverso, oppure è composto solo di 9, 10, o 11 numeri. In Spagna è estremamente complesso, più del nostro, perché dipende da tanti aspetti legati alla residenza. In Svizzera non ce l’hanno neanche…”.
Qualcuno sorride.
“È questo è un caso piuttosto semplice, dove si tratta in fin dei conti di operare una conversione sulla struttura dell’informazione. Potremmo dire che si tratta di sintassi. Più complesso complesso quando si deve capire cosa o come collegare due concetti differenti ma collegati fra loro.
Un esempio di due concetti diversi ma collegabili tramite un lavoro di riconciliazione semantica è quello tra le culture occidentali moderne e alcune culture indigene riguardo ai concetti di proprietà privata e territorio sacro.
Nella cultura occidentale moderna, la proprietà privata è un concetto legale ed economico. Essa implica il diritto esclusivo di possedere, usare, e disporre di un bene, come la terra, e viene tutelata dalle leggi statali. Il proprietario può vendere, affittare, o modificare la sua proprietà come ritiene opportuno, seguendo le regole del mercato e della legge.
In alcune culture indigene, invece, esiste il concetto di territorio sacro, che non è semplicemente un possesso ma un'entità vivente e spiritualmente significativa. In queste culture, la terra non è qualcosa che si può possedere o vendere, ma un luogo di connessione con gli antenati, gli spiriti, e il cosmo. È un bene comune, tutelato dalla comunità, e ogni membro ha un dovere di rispetto e protezione verso di essa.
Nonostante le differenze, un lavoro di riconciliazione semantica potrebbe collegare questi due concetti. Per esempio, si potrebbe riconoscere che entrambi i concetti sottolineano l'importanza della gestione e tutela di un territorio, sia per il bene individuale che collettivo. La proprietà privata potrebbe essere reinterpretata in un contesto in cui il rispetto per la terra include non solo diritti di sfruttamento economico, ma anche responsabilità spirituali e sociali, mentre il territorio sacro potrebbe essere visto come una forma di gestione del territorio che, pur non essendo proprietà privata, rappresenta un insieme di diritti e doveri collettivi che protegge il bene comune.
Quindi. Due servizi che dovessero colloquiare fra loro potrebbero afferire alla stessa entità che per uno è una proprietà privata e per l’altro un territorio sacro?
Nel settore del business, specialmente quando si integrano sistemi digitali differenti, è comune dover affrontare il problema della riconciliazione semantica tra concetti simili ma definiti in modo diverso nei rispettivi contesti. Per esempio due sistemi, il Sistema A (un ERP Tradizionale) e il sistema B (un CRM Avanzato) potrebbero usare due concetti differenti come Customer e Client che potrebbero essere la stessa cosa…. O forse no.
Per il primo, il Customer potrebbe riferirsi a qualsiasi persona o azienda che acquista prodotti o servizi dall'azienda. Questo termine è utilizzato principalmente per gestire informazioni di contatto, cronologia degli acquisti, e fatturazione.
Per il secondo , invece, il termine Client potrebbe indicare una relazione più profonda e continua con l'azienda, focalizzata sulla gestione delle interazioni e sulla personalizzazione dell'offerta.
I due concetti di Customer e Client potrebbero essere riconciliati comprendendo che entrambi si riferiscono alla stessa entità (il compratore), ma in contesti differenti: Customer in un contesto più transazionale e Client in un contesto relazionale. Un middleware o una mappatura tra i sistemi potrebbe essere creato per tradurre automaticamente i dati tra i due termini, riconoscendo le diverse sfumature semantiche. Le due entità potrebbero avere informazioni differenti e dari vita a comportamenti diversi.
Discorso analogo è quello in cui un ERP e un ecommerce devono interagire tramite il collegamento di servizi che si scambiano dati. Potremmo trovarci a dover gestire due parole Order e Purchase Order, simili ma con sfumature che uno dei due sistemi potrebbe non capire o richiedere comportamenti che il sistema ospite non è in grado di supportare. Entrambi fanno riferimento a uno scambio fra beni-denaro, ma mentre uno con il termine ordine vuol far riferimento a dettagli come il carrello, le informazioni di spedizione, e il metodo di pagamento scelto, il secondo con ordine di acquisto intende Un documento formale emesso da un'azienda per ordinare beni da un fornitore. Include dettagli come quantità, specifiche tecniche, e condizioni di consegna.
In questo caso Order nel contesto dell'e-commerce e Purchase Order nel contesto della produzione possono essere collegati tramite una riconciliazione che riconosce che, in definitiva, entrambi rappresentano una richiesta di beni o servizi, ma con dettagli e finalità diverse. Un'integrazione tra i sistemi potrebbe mappare i dati dell’Order dell'e-commerce con le specifiche richieste del Purchase Order del sistema ERP, traducendo i dati necessari per l'esecuzione .
Tali esempi ci fanno capire che l’aspetto tecnico di conversione del formato del dato è solo uno degli aspetti che si deve tenere conto quando sistemi differenti devono collaborare. Come per gli esseri umani la vera sfida è collegare cose diverse che hanno significati in qualche modo ricollegabili fra loro.
Per abilitare la creazione di un ecosistema digitale, una piattaforma deve supportare il dialogo di sistemi differenti e farli interagire”.
Appena termino di parlare mi accorgo che l’ho presa molto alla lontana. Spero di non averli annoiati. In fondo si tratta di concetti non troppo complicati, chi fa software li deve gestire da sempre. Negli ultimi anni sono diventati centrali e hanno decretato il fallimento di molti progetti di integrazione se mal gestiti.
“Non vi preoccupate, torneremo a tempo debito su queste cose, per ora mi premeva che tutti avessimo una condivisa visione del problema”.
It’s a long way home…
Come mi accade ogni volta che torno verso casa in auto ripenso a quello che ci siamo detti in giornata. Sto cercando di ricapitolare mentalmente tutto quello che abbiamo fatto. O meglio, tutto quel che ci siamo detti oggi. Giudico positivo il fatto che molti dubbi si siano sciolti, anzitutto per me, e che la discussione sia poi decollata naturalmente: dai concetti ad alto livello di astrazione discussi al mattino siamo riusciti nel pomeriggio ad arrivare ad aspetti già piuttosto “implementativi”, come la piattaforma digitale e la gestione dei dati.
A questo punto è fondamentale non perdere tempo e proseguire spediti con i nostri obiettivi.
Riferimenti
- [1] Giovanni Puliti, *Digital revolution: La teoria – Tema 2: Il framework OKR*. MokaByte 292, marzo 2023
https://www.mokabyte.it/2023/03/08/digitalrevolutiontema-2/
- [2] Agile Reloaded
https://agilereloaded.it/