Introduzione
Del concetto di cloud computing ci siamo occupati già più volte sulle pagine di MokaByte da punti di vista anche differenti: solo per citare alcuni articoli, abbiamo presentato delle panoramiche sul modello cloud e su alcune soluzioni hardware/software \[1\] come anche una interessante discussione del “lato oscuro della nuvola” ossia tutto quel che riguarda la sicurezza dei dati e delle applicazioni cloud \[2\].
L’idea della “nuvola” è oramai divenuta di dominio pubblico e molte sono le soluzioni, ai diversi livelli, che la adottano. Va rimarcato però che questo concetto, almeno nella sua formulazione teorica, non è affatto nuovo. Le attuali disponibilità hardware e di banda di rete hanno semplicemente reso possibile in maniera (apparentemente) facile quanto già prospettato fin dagli anni Sessanta del secolo scorso nelle idee e nelle opere di grandi pensatori del mondo informatico come John McCarthy (l’inventore del termine “intelligenza artificiale” e della famiglia di linguaggi LISP) o Herb Grosch.
Cloud sync storage
In questo articolo, però, non vogliamo ribadire concetti già esposti su queste pagine, ma concentrarci invece su un aspetto particolare del cloud computing, ossia il cosiddetto cloud storage o, meglio ancora, cloud sync storage: la possibilità di salvare i dati in locale e manternerli sincronizzati su dispositivi diversi. In questo campo è tutto un fiorire di proposte: da Dropbox (che probabilmente gran parte dei lettori avranno utilizzato) a Sugar Sync, da Syncplicity a Box, da Google Drive (lanciato recentemente senza troppo clamore, ma con molte aspettative) a iCloud, da Microsoft SkyDrive a Ubuntu One, tutti prodotti simili tra loro, ma che privilegiano spesso una caratteristica piuttosto che un’altra, rendendoli più o meno adatti a determinati contesti.
Ci interessa poi capire se le numerose soluzioni proposte dal mercato, specialmente quelle più semplici e dichiaratamente consumer non possano in realtà trovare impiego in maniera vantaggiosa anche in ambito aziendale, nei gruppi di lavoro ristretti, nelle startup etc. Questo aspetto verrà trattato meglio nel secondo articolo della miniserie, in cui non mancheremo comunque di fare qualche cenno a soluzioni più robuste e, almeno sotto molti punti di vista, più adatte a realtà strettamente enterprise. Vedremo però che uno degli aspetti più importanti per la scelta di una soluzione sta nei suoi termini d’uso e sul modo in cui essi tutelano sul piano legale chi adotta questo o quel prodotto.
Il lettore a cui non interessi una serie di considerazioni generali sul cloud sync storage, sulle ragioni della sua grande diffusione al momento attuale e sui modelli d’adozione dei prodotti consumer in ambito aziendale e nei gruppi di lavoro, può tranquillamente saltare i paragrafi seguenti e andare a leggersi i criteri adottati per la “comparazione” nonché la descrizione dei punti salienti relativi ad alcuni dei servizi di cloud sync storage più diffusi.
Il fattore dati
A favorire la diffusione di queste soluzioni sono stati sostanzialmente due aspetti: l’aumento della quantità di dati da gestire (non sempre e non solo materiale di lavoro) e la “moltiplicazione” dei device su cui si opera.
La mole di dati
Facciamo un rapido elenco di dati reali: al momento della scrittura di questo articolo, per esempio, i blog muovono quantità di dati di tutto rispetto. Solo su WordPress, in una giornata, vengono pubblicati mediamente circa mezzo milione di nuovi post e 400 000 commenti \[3\]. E sulla piattaforma sociale di microblogging per eccellenza, Twitter, gli interventi giornalieri assommano a 340 milioni \[4\]. Se passiamo poi ai video, considerando solo YouTube, che rappresenta la fetta maggiore di questo settore, in ogni minuto vengono caricate 60 ore di video, e in una giornata media vengono visualizzati oltre 4 miliardi di video \[5\]. E l’ultima mania social, quelle delle foto “retrovintage”, ha numeri impressionanti: considerando solo Instagram alla fine del 2011, ogni minuto venivano caricate circa 3600 fotografie (e la cifra continua a salire vorticosamente, vista la base di utenti sempre maggiore con l'approdo dell'app su Android). Ci vuole poco a capire perché una società così piccola è stata acquisita da Facebook a un prezzo così enorme.
Chiaramente non è che tutti questi dati debbano stare sui nostri personal computer… ma è anche vero che questi numeri danno la misura dell’“ambiente tecnologico” in cui ci muoviamo e mostrano come sempre di più sia necessario tanto spazio di archiviazione.
La diversificazione dei dispositivi
Un tempo c’era la “postazione di lavoro” in ufficio ed eventualmente il proprio computer a casa: due mondi che vivevano felicemente separati. Poi venne il portatile (che è oggi, a tutti gli effetti, un “desktop replacement”). Poi lo smartphone e il tablet. Sempre più spesso ognuno di questi dispositivi è dedicato a un momento particolare del proprio lavoro o della propria vita “privata” che è sempre più digitale. E sempre più spesso i dispositivi “personali” servono anche per lavorare. Aggiornare in mobilità, tramite smartphone, il profilo Facebook della propria azienda, comunicare con il proprio gruppo di lavoro al telefono, condividere documenti e modificarli velocemente sul tablet… Bastano una adeguata connettività (tutt’altro che scontata sia in Wi-Fi, che in ampiezza di banda telefonica) e il giusto dispositivo.
Ma questo proliferare di dispositivi diversificati o porta al caos totale (“Mi servono le slides di presentazione sul notebook, ma l’ultima modifica l’avevo fatta sul tablet…”) oppure presuppone un sistema di archiviazione sincronizzato, nella nuvola: il documento che ho salvato è, semplicemente, “salvato”. Sarà il sistema di cloud sync storage a occuparsi di salvarlo “da qualche parte” e di allineare all’ultimo salvataggio tutte le versioni di quel documento sui diversi dispositivi registrati a quell’account. Concettualmente, nulla di nuovo per chi abbia usato almeno una volta un sistema CVS, ma una rivoluzione in termini di utente “comune”.
Modelli di adozione
Partiamo da una constatazione: tolti certi contesti in cui l’assoluta sicurezza e riservatezza dei tati è la preoccupazione principale (pensiamo a dati sensibili, segreti industriali, etc.), ci sono una miriade di altre situazioni in cui, quasi naturalmente, l’auto-organizzazione dei gruppi di lavoro prevale su altre considerazioni. Dropbox non è paragonabile quanto a sicurezza \[8\] a sistemi enterprise ben più robusti e strutturati, ma la sua assoluta facilità d’uso, unita alla grande diffusione, ne ha favorito l’adozione “spontanea” presso molti gruppi di lavoro, magari piccoli, magari dedicati a processi produttivi che non trattano dati sensibili.
Una tendenza attuale, anche sbagliata e criticabile se si vuole, è proprio quella dell’uso di strumenti consumer, già pronti e funzionanti, anche in ambito professionale, fatte le dovute considerazioni di sicurezza. Tra approntare un sistema di cloud storage in proprio, scegliere un sistema enterprise costoso e poco usabile o adottare una applicazione di cloud sync storage commerciale già pronta e funzionante (anche se magari non ottimale), quest’ultima opzione si rivela sempre più diffusa. Se questo è normale e “naturale” per piccoli gruppi di lavoro, startup, professionisti associati etc. va anche notato come ci siano addirittura situazioni paradossali: le policy aziendali impongono l’uso di certi strumenti, ma i gruppi di lavoro all’interno della grande azienda finiscono per usare altri strumenti, in modo quasi clandestino… Su questo tipo di situazioni i responsabili dell’infrastruttura IT dovrebbero riflettere. Del resto, pensiamo a una piattaforma come Facebook: nata quasi per gioco, con scopi e funzionalità “consumer”, è diventato uno strumento adottato da milioni (quasi un miliardo, a dire il vero) di persone, per gli scopi più disparati… ma è anche campo d’azione per campagne di marketing e pubblicità da parte di grandi industrie e di gruppi commerciali, o di comunicazione politica e istituzionale. In questo senso uno strumento “consumer” è diventato di dominio comune per un uso professionale: che sia giusta o sbagliata, è comunque una tendenza da tenere in considerazione.
Criteri di comparazione
Non intendiamo fornire una comparazione completa tra tutti i prodotti, ma ci interessa invece sottolineare qualche particolare aspetto delle diverse soluzioni, mettendo in luce eventuali pregi o difetti che risultino cruciali per la loro adozione. In rete esistono comunque numerose tabelle comparative \[7\].
I criteri che ci interessano maggiormente nella valutazione delle diverse soluzioni sono i seguenti:
- facilità d’uso;
- funzionalità per il lavoro collaborativo;
- disponibilità per le diverse piattaforme desktop e mobile;
- presenza di un’API pubblica per l’interfacciamento;
- limiti alla dimensione massima dei file gestibili;
- rapporto spazio di archiviazione/prezzo dell’abbonamento;
- eventuali utili funzionalità aggiuntive;
- sicurezza e riservatezza dei dati.
Vediamo brevemente in cosa consistono queste caratteristiche.
Facilità d’uso
Chiaramente la facilità d’uso dipende anche dall’utente… In un gruppo di lavoro di sviluppatori smanettoni, probabilmente sarà facile usare anche strumenti apparentemente più complessi. Ma, come vedremo, la diffusione e l’affermazione di certi prodotti piuttosto che altri è forse più legata all’immediatezza della metafora d’uso che non a tante altre funzionalità. Per questo abbiamo messo questa caratteritica al primo posto.
Funzionalità per il lavoro collaborativo
Alcuni prodotti hanno una maggiore “propensione” all’idea di lavoro collaborativo, altri sono semplicemente dei depositi sincronizzati dei file. Tra le funzionalità che facilitano la collaborazione ci sono l’aggiunta di commenti ai file che vengono caricati, la semplicità con cui è possibile passare il link al file condiviso anche a persone che non usano quel prodotto, i sistemi di notifica delle modifiche effettuate ai dati.
Applicazioni desktop e mobile
Questo è un aspetto da non sottovalutare. Che cosa uso per far funzionare il mio sistema di cloud sync storage? Una applicazione web da usare tramite il browser? Una applicazione per un sistema desktop? Una app per dispotivi mobili? E per quali piattaforme è disponibile? Come vedremo, su questo criterio le differenze sono ancora molto marcate: Ubuntu One è un’ottima soluzione per molti aspetti, ma anche se può funzionare, con qualche accorgimento, pure su Windows, resta sostanzialmente confinata al mondo Linux-Ubuntu. Altri prodotti devono il loro successo anche alla loro disponibilità su (quasi) tutte le piattaforme esistenti, sia desktop che mobile.
API pubblica
La disponibilità di una Application Programming Interface pubblica che consenta agli sviluppatori di interfacciare in maniera relativamente semplice la sua applicazione desktop o mobile al sistema di cloud sync storage è certamente un punto a favore dell’adozione di una determinata soluzione. I software di cloud sync storage di maggior successo non sono necessariamente quelli perfetti, ma sono quelli verso i quali una miriade di app diverse è in grado di salvare e di sincronizzare senza alcun problema.
Dimensione massima dei file
Non stiamo parlando in questo caso di spazio archiviazione messo a disposizione gratuitamente o a pagamento, ma di un altro aspetto: qual è la dimensione massima del file che posso salvare? Se ho file di grandi dimensioni, dell’ordine di qualche GB, questi potranno essere gestiti dal mio programma? Come vedremo, ci sono anche qui notevoli differenziazioni.
Spazio di archiviazione e politica dei prezzi
Questo potrebbe essere un criterio dirimente per la scelta di uno o di un altro prodotto. Quanto spazio mi viene “regalato” da un determinato servizio? Quanto costa lo spazio aggiuntivo? Ci sono soluzioni decisamente più convenienti di altre in questo ambito. D’altro canto vedremo che alcune tra le soluzioni più diffuse sono ottime finché ci si accontenta dello spazio messo a disposizione gratuitamente, ma possono diventare di difficile sostenibilità economica quando si debba acquistare molto spazio o si debba acquistare uno spazio di archiviazione anche limitato, ma per molti utenti.
I tagli con cui è possibile acquistare lo spazio aggiuntivo differiscono per i vari servizi e in certi casi i prezzi sono dichiarati anche in euro, in altri casi solo in dollari (abbiamo riportato i prezzi come dichiarati dal produttore); va poi notato che in genere, se si paga “anticipato” un anno di servizio, il prezzo è leggermente inferiore rispetto al pagamento mese per mese. In ogni caso, dove possibile è stato riportato il prezzo dell’opzione da 50 GB per 1 anno di abbonamento. Dove tale “pezzatura” non sia disponibile, si è scelta quella più vicina, in eccesso o in difetto.
Utili funzionalità aggiuntive
In questo “categoria” volutamente vaga riportiamo una serie di funzionalità aggiuntive, anche molto diverse fra loro, ma che possono caratterizzare un prodotto in maniera determinante per la scelta. Alcuni prodotti, ad esempio, consentono la creazione e la modifica di documenti standard on-line senza la necessità di avere il programma di videoscrittura o di foglio di calcolo installato sul proprio computer. Altri programmi di cloud sync storage, per esempio, consentono un mirroring quasi perfetto fra la struttura delle cartelle presente su un dispositivo e quella che si va a creare sulla nuvola o sugli altri dispositivi, mentre nella maggior parte dei casi il funzionamento dell’applicazione si basa sulla presenza di un’unica grande directory “ripostiglio” in cui vado a mettere tutto ciò che desidero sincronizzare. Per alcuni gruppi di lavoro e per alcuni utenti quest’ultimo aspetto potrebbe risultare estremamente importante.
Sicurezza e riservatezza dei dati
Infine il tema della sicurezza e della riservatezza dei dati non può essere sottovalutato. Se, da un lato, come abbiamo già detto, la situazione classica dell’usare un cannone per abbattere una mosca va evitato (tipo utilizzare sistemi estremamente complessi per “proteggere” presentazioni PowerPoint che verranno mostrate in pubblico e che verranno poi condivise su SlideShare…), d’altro canto occorre tener presente e valutare con grande attenzione quello che il servizio ci propone nei suoi termini d’uso per evitare di ritrovarsi con spiacevoli sorprese quando si trattino documenti che necessitano di adeguata riservatezza o, peggio ancora, dati sensibili. Su questo aspetto della sicurezza e, soprattutto, della riservatezza dei dati diremo qualcosa di più approfondito nel prossimo articolo, nella seconda parte di questa rassegna.
I vari prodotti
Come già detto non intendiamo passare in rassegna tutti i servizi esistenti ma ne prenderemo in considerazione solo alcuni che si contraddistinguono o per essere tra i più diffusi e conosciuti o per avere funzionalità particolari che ne possono giustificare la scelta. Non analizzeremo pertanto i servizi uno ad uno ma li raggrupperemo in base a uno o più criteri tra quelli che abbiamo esposto poco sopra.
“L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re” è un adagio valido ancor più in un contesto come questo. La soluzione non esiste, ma è possibile orientare la scelta in base a certi criteri, privilegiando facilità d’uso, o completezza di funzioni, o economicità di acquisto dello spazio aggiuntivo etc. Siccome stiamo parlando di soluzioni consumer, ma da usare comunque in ambito lavorativo, alcune funzionalità aggiuntive che magari fanno la fortuna di un servizio, tipo lo streaming dei brani musicali salvati nella nuvola, non rappresentano in questa sede un criterio di comparazione.
I più facili
Se l’immediatezza di installazione e d’uso sono i criteri fondamentali da seguire a farla da padroni sono senza dubbio iCloud e Dropbox.
iCloud
Che la soluzione di Apple \[9\] brillasse per semplicità e immediatezza era quasi scontato. Tuttavia essa ha molti, troppi, limiti rispetto ai competitori, che ne riduce l’uso a gruppi estremamente ristretti e dediti al “culto della mela”: solo per citare un limite, la dimensione massima dei file che si possono caricare è di 25 MB per i piani gratuiti (massimo spazio di archiviazione 5GB) e di 250 MB per i piani di archiviazione a pagamento, che peraltro sono abbastanza costosi (80 € annui per il taglio massimo di 50 GB di spazio aggiuntivo, cioè 55 GB totali). Non è di certo una soluzione “universale” da prendere in considerazione per gruppi di lavoro variegati.
Dropbox
Da parte sua, Dropbox \[10\] ha molti innegabili punti a favore. Innanzitutto la facilità di installazione e di uso, appunto, ne hanno fatto la soluzione di cloud sync storage più diffusa e utilizzata con più di 50 milioni di utenti registrati e, quel che più conta, circa 500 milioni di file salvati in media ogni giorno. Poi la sua “ubiquità” rappresenta un altro grande fattore di diffusione: è praticamente disponibile, oltre che sul browser, per gran parte delle piattaforme e degli OS, non solo i più diffusi: ad esempio nel mondo mobile, la app esiste anche per BlackBerry OS e per Symbian… La metafora d’uso del programma è semplicissima: c’è una cartella contenitore (My Dropbox Folder) dentro la quale colloco i file che desidero salvare sulla nuvola e sincronizzare con gli altri dispositivi. Tutto qui. Questa semplicità concettuale per alcuni è risolutiva e, lo ripetiamo, ha rappresentato la chiave di volta per l’affermazione globale di Dropbox. Se però il grande “calderone” in cui devo salvare tutto non soddisfa sufficientemente le necessità di organizzazione del proprio file system e delle proprie directory di documenti, esistono anche dei workaround che consentono una strutturazione più articolata delle cartelle \[12\] seppur con tutti i limiti di queste soluzioni parziali. Va detto che intorno a Dropbox, come come intorno ad ogni applicazione di successo, si è sviluppato un gran numero di estensioni, applicazioni “di sostegno”. Alcune di queste non sono ben viste dall’azienda che ha realizzato Dropbox, ma molte altre sono benvenute e incoraggiate.
Qual è allora il limite dell’applicazione principe, almeno al momento attuale, del panorama che stiamo esaminando? La limitata quantità di spazio di archiviazione a disposizione: nominalmente solo 2GB; essi possono essere aumentati, tra l’altro, invitando altre persone a iscriversi al servizio e ricevendo un allargamento del proprio disco virtuale a mano a mano che gli amici invitati effettuano la procedura di installazione. La recente introduzione della possibilità di caricare le foto scattate dal proprio dispositivo mobile, inoltre, dovrebbe portare lo spazio base disponibile a essere aumentato per quegli account che utilizzino tale possibilità. Di fatto però, se si necessità di uno spazio maggiore e si desidera acquistare un considerevole quantitativo di spazio, Dropbox è uno dei servizi più costosi: se si paga in una tranche annuale, 50 GB vengono a costare circa 100 \$ all’anno (99.99, per la precisione…). Occorre pertanto valutare con attenzione i costi, specie se sono molti gli account da “potenziare”. Ma per semplicità d’uso e diffusione, probabilmente Dropbox è ancora imbattibile. Da non dimenticare anche la facilità di condivisione dei file, sebbene ci siano altri prodotti che, dal punto di vista della collaborazione, possano vantare maggiori qualità (e di Box, in tal senso, parleremo nel prossimo numero).
Una nota “di costume”: tra gli investitori nel capitale dell’azienda, ci sono anche Bono e The Edge, il cantante e il chitarrista degli U2…
I più economici
Se serve parecchio spazio di archiviazione e occorre pagarlo, e se magari gli utenti del gruppo di lavoro non sono proprio pochissimi, il costo dello spazio di archiviazione potrebbe diventare un criterio fondamentale di scelta, magari a discapito di altre feature che passano in secondo piano.
Google Drive
In quest’ottica il servizio verso cui orientarsi è con ogni probabilità Google Drive \[13\]. Diciamo subito che il taglio da 50 GB non è disponibile ma il doppio, ossia 100 GB, viene a costare per un anno meno di 60 \$ (il che, al cambio attuale sono circa 46 €, ossia un prezzo assolutamente conveniente). E 100 GB cominciano a essere uno spazio di archiviazione importante soprattutto se parliamo di “documenti” in senso generale, comprendendo anche un certo quantitativo di immagini. Facendo le dovute proporzioni, lo spazio su Drive costa meno di un terzo che su Dropbox e sono disponibili anche tagli molto grandi, fino al TeraByte e oltre, ancor più convenienti.
Ma Google Drive non va preso in considerazione solo per il prezzo: esso rappresenta la nuova incarnazione dei Google Docs e come tale ha anche una serie di caratteristiche che rientrano nella categoria utili funzionalità aggiuntive di cui parlavamo sopra. Solo per accennare a qualcosa che i nostri lettori già conosceranno, Google Drive consente di creare, modificare, salvare, ed esportare documenti di tipo “office” senza bisogno di avere una suite di programmi per l’ufficio (che sia FLOSS o commerciale come Microsoft Office) installata sui propri dispositivi. Un’altra caratteristica molto importante di Google Drive è la seguente: l’account gratuito fornisce di base 5 GB di spazio di archiviazione. Ma l’aspetto importante è che tutti i documenti che vengono caricati e convertiti nel formato Google Docs o che sono creati internamente a Google Drive (quindi nel formato Google Docs) non contano ai fini dello spazio effettivamente consumato: pertanto se si lavora principalmente su documenti tipo “office” e si sceglie di lavorare con gli strumenti messi a disposizione da Google, sapendosi organizzare, lo spazio effettivamente disponibile anche per degli account non a pagamento è decisamente più ampio rispetto a quello di altri analoghi servizi; certo occorre rendersi conto che, in termini di gestione del proprio materiale, la soluzione proposta da Google è più web-based rispetto a quella più semplice e immediata di Dropbox. Ma se a contare nella scelta di un servizio è principalmente lo spazio che avremo a disposizione, sia esso gratuito o a pagamento, Google Drive è la soluzione migliore. Come gli utenti convinti dei Google Docs già sanno, un’altra caratteristica significativa di questo servizio è la possibilità di effettuare operazioni di OCR sui file che si caricano e si convertono nel formato Google, il che rende più semplice le operazioni di ricerca: se carico immagini che contengono anche testo (i tipici schemi che magari si mettono nelle presentazioni), il testo verrà riconosciuto e indicizzato.
Quali sono i limiti maggiori di Drive? Al pari di Dropbox, anche Google Drive non ha la possibilità di sincronizzare cartelle multiple effettuando un mirroring preciso del proprio sistema di directory su più dispositivi. Inoltre, al momento attuale non sono ancora disponibili le app per iPhone e iPad, ma è solo questione di tempo, visto che il servizio è ufficialmente uscito da pochissime settimane. Sono invece disponibili le applicazioni per i dispositivi Android, nonché il client per Mac e PC. E qui arrivano i dolori… poiché poche ore dopo il rilascio dell’applicazione per Windows, molti utenti hanno riscontrato l’impossibilità di collegarsi al proprio account tramite l’applicazione desktop per Windows. Succede, dirà qualcuno, e il gigante di Mountain View, risolverà presto e bene questo problema: non ne dubitiamo, ma al momento in cui scriviamo, il malfunzionamento non è ancora stato risolto e continua a impedire a molti utenti di usare l’applicazione sui propri computer \[14\]. Insomma non proprio il miglior debutto per un servizio destinato nell’immediato futuro ad avere un’enorme impatto su tutta la Rete.
Insync
Se avete uno o più account Google, usate i Google Docs, vi piace Drive, ma volete qualcosa in più, Insync \[15\] fa probabilmente al caso vostro: i prezzi sono allineati a quelli di Drive (quindi molto convenienti) e il punto forte di questo servizio è che effettua una conversione automatica tra i Google Docs che sono “nella nuvola” grazie al vostro account Google e i corrispondenti documenti che vengono salvati in locale nella cartella sincronizzata. In pratica è possibile lavorare sul proprio computer con Microsoft Word o Excel, salvare nella cartella dell’account Insync, e ritrovare il documento sincronizzato e già convertito in formato Google Docs quando si utilizza il browser per accedere ai propri documenti. Questo consente, tra l’altro, di lavorare in locale, sul proprio computer, anche quando non c’è connessione: nel momento in cui tornerò a essere collegato on-line, la sincronizzazione e le adeguate conversioni verranno effettuate da Insync.
E allora dove sta il problema di questo servizio, che appare come una sorta di Google Drive potenziato? Non ci sono le app per i dispositivi mobili, il che rappresenta un innegabile limite. Nel momento in cui tali applicazioni mobile saranno disponibili (attualmente in private beta) se non altro per i sistemi operativi più diffusi (iOs e Android), Insync diverrà una opzione da tenere in indubbia considerazione.
I più completi
Alcuni programmi di cloud sync storage hanno alcune funzionalità che mancano ad altri, anche ben più famosi e diffusi. Una di tali funzionalità, ad esempio, può essere la possibilità di sincronizzazione multipla delle cartelle: i file che vengono sincronizzati non devono necessariamente trovarsi tutti all’interno della cartella principale dell’applicazione di cloud sync storage, ma possono essere scelti dall’utente, semplicemente includendo o escludendo le cartelle.
Microsoft SkyDrive
Collochiamo la soluzione di Microsoft tra quelle più complete, anche se in realtà manca di qualche caratteristica importante, ma avremmo potuto tranquillamente metterla nella categoria precedente, tra i prodotti economicamente vantaggiosi: il prezzo di 50 GB aggiuntivi all’anno è di soli 19 euro (meno ancora che Google Drive). A questo va aggiunto che gli account gratuiti a Windows Live Sky Drive \[16\] ricevono come spazio di archiviazione di base ben 7 GB, che rappresentano il massimo tra tutti i servizi di questo tipo. L’integrazione con i documenti Microsoft Office e con la suite dei Microsoft Office Web Apps (l’office online di Microsoft) è, ovviamente, totale. Da notare che SkyDrive ha una funzione che ritroveremo solo in SugarSync, ossia la possibilità di sincronizzare più cartelle separate sui propri computer, senza dover per forza fare riferimento a un unico grande contenitore come in Dropbox. Ha inoltre un’ulteriore funzione di fetch che consente di accedere direttamente ai documenti salvati in locale su qualsiasi computer collegato all’account (a patto, ovviamente, che il computer sia acceso e in rete). In pratica, se anche non ho sincronizzato tutto sulla nuvola, posso comunque accedere ai documenti su cui stavo lavorando.
SkyDrive oltre a funzionare sul browser, dispone di applicazioni desktop per Windows (ovvio) e Mac, di app mobile per Windows Phone (ovvio) e Apple iOS; però non ha una app dedicata al mondo Android, e questo è un suo enorme limite, sebbene esistano delle app non ufficiali di terze parti sviluppate grazie alla API pubblica di Microsoft. Altro limite da tenere presente, seppur poco influente, è la dimensione massima dei file dall’applicazione, che è di 2GB.
Riassumendo in sé caratteristiche di iCloud, Insync, e anche Dropbox (la semplificazione della sincronizzazione aumenta a ogni nuova versione, la più recente delle quali, Wave 5, è stata da poco rilasciata), Microsoft SkyDrive rappresenta un prodotto di tutto rispetto, che, fatta salva l’avversione “ideologica” alla casa di Redmond da parte di molti utenti, potrebbe sicuramente essere preso in considerazione da molti gruppi di lavoro, visto il mix adeguato di spazio di archiviazione disponibile, prezzo vantaggioso per eventuali espansioni, funzionalità aggiuntive dedicate all’editing dei documenti e alla collaborazione (si lavora in contemporanea sullo stesso documento in maniera molto intuitiva e funzionale).
SugarSync
SugarSync \[17\] è probabilmente il prodotto più completo: oltre all’interfaccia web based, ha applicazioni desktop per Mac e Windows, ha app per quasi tutti i sistemi operativi mobile (manca solo Windows Phone, che è peraltro in arrivo), dà a disposizione agli utenti free 5 GB di spazio di archiviazione gratuita, ulteriormente espandibili grazie a un sistema di “referral” simile a quello di Dropbox. Il punto forte di SugarSync, comunque, è la possibilità di scegliere quali cartelle sincronizzare tra i vari dispositivi: e queste cartelle non devono stare necessariamente tutte nello stesso “calderone”, ma possono essere scelte adeguatamente, in maniera da ricostituire, sui vari dispositivi, un mirroring quasi perfetto del proprio sistema di directory. Aggiungiamo che la sincronizzazione in background avviene in maniera “intelligente”: si può scegliere l’intervallo di sincronizzazione, si può indicare ai dispositivi mobile di sincronizzare solo quando collegati via Wi-Fi per risparmiare traffico telefonico e tanto altro. Ci sono poi delle considerazioni positive sulla sicurezza e sulla riservatezza dei dati, che vedremo in dettaglio nella seconda parte, il prossimo mese. E se il “modello Dropbox” del “calderone” comunque ci piace, c’è una cartella chiamata Magic Briefcase, che funge appunto da “valigetta magica”: quel che metto direttamente lì sarà automaticamente replicato nella corrispondente Magic Briefcase di tutti i dispositivi, il che è utile quando occasionalmente c’è un file da condividere che non rientra nella struttura delle cartelle “duplicate”.
I limiti? Non grandi ma ci sono. Un limite poco problematico è che non si possono trasferire singoli file più grandi di 2 GB usando direttamente le app sui dispositivi: è comunque possibile farlo usando l’interfaccia web sui browser supportati, quindi poco male. Un altro limite è dato dalla minore facilità d’uso: SugarSync non è nulla di trascendentale ma, se paragonato ad altre soluzioni, non ha l’immediatezza che può avere un Dropbox, tanto per dire sempre il solito, e occorre prima capire esattamente come funziona la replicazione delle cartelle sui vari dispositivi, il che è molto meno intuitivo di quel che appaia a prima vista. Infine, vanno considerati i prezzi dello spazio aggiuntivo: pur non essendo i più cari, non sono neanche lontanamente convenienti come quelli di Google Drive/Insync o di SkyDrive, poiché 60 GB (la “pezzatura” da 50 GB non esiste) costano circa 100 \$ annui (per la precisione i soliti 99.99), quindi lo stesso considerevole prezzo che Dropbox, uno dei più cari, si fa pagare per soli dieci GB in meno.
Conclusioni
In questo primo articolo abbiamo fatto una presentazione del cloud sync storage, e delle ragioni della sua sempre più diffusa adozione. Abbiamo poi fornito una panoramica su alcuni dei prodotti di tipo consumer che vengono utilizzati maggiormente, mettendone in luce alcune caratteristiche salienti che possono giustificarne l’adozione.
Nel prossimo numero, oltre a completare la panoramica con alcuni servizi, anche maggiormente orientati al mondo enterprise, concluderemo questa analisi prendendo in esame un aspetto controverso ma fondamentale: la riservatezza dei dati che mettiamo sulla nuvola. La lettura dei vari documenti con i termini di utilizzo dei vari servizi, infatti, riserva qualche sorpresa.
Riferimenti
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- [1\] Marco Mantegazza, “Cloud computing, una realtà per gli utenti e per le aziende”
“I parte: Che cosa è il cloud computing?”MokaByte 148, febbraio 2010
<http://ow.ly/aQMpH>
“II parte: Le nuvole pubbliche e le offerte del mercato”, MokaByte 149, marzo 2010
<http://ow.ly/aQMOf>
“III parte: Creare nuvole private con WebSphere CloudBurst Appliance”, MokaByte 150, aprile 2010
<http://ow.ly/aQOFl>
- \
- [2\] Marco Piraccini, “La sicurezza nel cloud computing - Il lato oscuro della nuvola”, MokaByte 156 - Novembre 2010
<http://ow.ly/aQRAv>
- \
- [3\] Statistiche Wordpress
- [<u>http://en.wordpress.com/stats/</u>](http://en.wordpress.com/stats/)
- \
- [4\] Twitter turns six
- [<u>http://blog.twitter.com/2012/03/twitter-turns-six.html</u>](http://blog.twitter.com/2012/03/twitter-turns-six.html)
- \
- [5\] Statistiche Youtube
- [<u>http://www.youtube.com/t/press_statistics</u>](http://www.youtube.com/t/press_statistics)
- \
- [6\] Statistiche di Instagram
- [<u>http://blog.instagram.com/tagged/yearinreview</u>](http://blog.instagram.com/tagged/yearinreview)
- \
- [7\] Wikipedia presenta una tabella comparativa di gran parte dei servizi di file storage
<http://en.wikipedia.org/wiki/Comparisonoffilehostingservices>
- \
- [8\] Jason Kincaid, “Dropbox Security Bug Made Passwords Optional For Four Hours”, Tech Crunch, 20 giugno 2011
<http://techcrunch.com/2011/06/20/dropbox-security-bug-made-passwords-optional-for-four-hours/>
- \
- [9\] Apple iCloud
<http://www.apple.com/it/icloud/>
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- [10\] Dropbox
<https://www.dropbox.com/>
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- [11\] Dati ufficiali Dropbox
<http://www.dropbox.com/static/docs/DropboxFactSheet.pdf>
- \
- [12\] Alcuni metodi per sincronizzare file e cartelle fuori dalla My Dropbox Folder
<http://lifehacker.com/5154698/sync-files-and-folders-outside-your-my-dropbox-folder>
- \
- [13\] Google Drive
<https://drive.google.com>
- \
- [14\] Problemi di funzionamento dell’applicazione Drive per Windows
- [<u>http://productforums.google.com/forum/#!topic/drive/8anx5G8mj48</u>](http://productforums.google.com/forum/#!topic/drive/8anx5G8mj48)
- \
- [15\] Insync, Google Drive for power and business users
<https://www.insynchq.com/>
- \
- [16\] Microsoft SkyDrive
<https://skydrive.live.com/>
- \
- [17\] SugarSync
<https://www.sugarsync.com/>
